22 novembre 1963. Un giovane poliziotto di Las Vegas, Wayne Toodrow Junior, arriva a Dallas con 6000 dollari in contanti e un odioso compito da svolgere. Non sa che di lì a poco si ritroverà immerso per cinque lunghi anni nei retroscena criminali della vita pubblica americana, tra mafia, Ku Klux Klan, armi e “polvere bianca”…
In queste pagine Ellroy traccia un affresco dei grandi eventi di quegli anni, dal movimento per i diritti civili all’assassinio di Martin Luther King fino all’escalation dello sforzo bellico in Vietnam. I personaggi di finzione si mescolano così a quelli reali, le grandi figure dell’epoca si affiancano a sbirri, assassini, malviventi e provocatori, mentre i fili della storia vera e di quella inventata confluiscono in un unico grande Incubo Americano.

Perché l’ho scelto?
Perché quando uno ha letto “American Tabloid” non ha scelta. DEVE leggere il seguito e questo “Sei pezzi da mille” ne è la degna continuazione.
Visto che dalla lettura del precedente libro erano comunque passati diversi mesi ed iniziavo a sentire la mancanza di Pete e Ward ho deciso che fosse arrivato il suo momento.
Per chi si fosse perso la mia opinione sul primo capitolo della trilogia, può cliccare qui.
La storia
La storia riprende esattamente laddove è finito il primo romanzo della trilogia, ovvero all’assassinio di John Fitzgerald Kennedy nel 1963.
Da qui in poi si avvia una gara all’insabbiamento, rispettivamente una gara di assegnazione delle colpe per l’uccisione del presidente a Dallas.
Oltre ai già noti Pete Bondurant e Ward Littell, entra in gioco Wayne Toodrow Junior, un poliziotto apparentemente senza palle – scusate il francesismo, ma d’altronde stiamo parlando di un romanzo di James Ellroy, il quale notoriamente non lesina espressioni colorite – che si trova al posto sbagliato al momento sbagliato.
Da qui in poi, come nel precedente romanzo della trilogia, leggiamo da prospettive diverse della lotta alla mafia, della lotta a chi combatte la mafia, degli intrallazzi di FBI del mondo politico ed economico che cerca di entrare nelle grazie dell’uno piuttosto che dell’altro.
Le conseguenze di questo modo di agire saranno quelle che già conosciamo dalla storia: i) la morte di Martin Luther King, ii) la fallimentare (per gli USA) guerra in Vietnam e iii) la morte del senatore Bobby Kennedy. I due grandi nemici sono morti!
Ma King e Kennedy sono nemici di chi? Ellroy in questo “Sei pezzi da mille” si è reinventato la storia americana o l’ha semplicemente palesata? Ah già… l’America non è mai stata innocente.
Opinione personale
Ammetto che per la prima volta ho pensato di abbandonare un romanzo di Ellroy. Come al solito le prime 200 pagine del libro sono un accozzaglia di eventi e personaggi apparentemente sconclusionata e fine solo a sé stessa. Ma a questo ero e sono preparato e non mi ha spaventato.
Il ritmo della scrittura è terrificante; anche questo aspetto dello stile di James Ellroy lo conosciamo, ma in questa opera ha dato il peggio (o il meglio, dipende dai punti di vista) di sé.
La frase più lunga credo non superi le dieci parole, i verbi non sono coniugati o sono del tutto assenti ed il soggetto viene ripetuto come se a scrivere fosse un bambino di otto anni. Per fortuna vi sono molti dialoghi che alleggeriscono la lettura e facilitano la comprensione. Mi permetto una citazione aprendo il libro completamente a caso:
Il gatto aveva catturato un topo. Un morso e adieu.
Il gatto si aggirò per il casotto. Il gatto si pavoneggiò. Harvey Brams si fece il segno della croce. Donkey Dom scoppiò a ridere.
Milt afferrò il gatto. Il gatto ringhiò. Milt gettò il topo nel cesso. Il gatto strofinò il muso contro Pete. Il gatto artigliò la console.
Gli affari andavano a rilento. Era sceso il blues delle sei del pomeriggio.
Champ B. passò dal casotto. Champ b. risollevò il morale. Champ B. scaricò un po’ di Pall Mall di contrabbando.[…]
Questo è il motivo per cui ho impiegato circa tre mesi a leggere questo romanzo di ca. 760 pagine. Nonostante ciò, una volta lanciata la trama e risolti i primi collegamenti – ma siamo già almeno a pagina 300 – il tutto si fa più leggibile, godibile e non necessita di tutta la nostra attenzione e concentrazione per poter proseguire.
Di nuovo ci troviamo quasi di fronte ad un romanzo storico, anzi forse di più. Magari questa opera è la descrizione più o meno esatta – ovviamente nomi fittizi esclusi – di quanto è successo a cavallo degli assassinii dei due fratelli Kennedy? Sicuramente intrighi e intrallazzi vari, giri di droga, prostituzione e riciclaggio di denaro ci sono stati e sempre ci saranno. Quello che fa pensare è che sembra (?) non sia solo il cosiddetto crimine organizzato ad occuparsene…
Il personaggio nuovo del romanzo, Wayne Junior, è quello che mi ha intrigato ed appassionato di più. Forse perché Pete e Ward li si conosceva già e forse anche perché non è che si siano evoluti poi molto nel corso del libro.
Wayne compie invece un’evoluzione pazzesca; specialmente quando arriva il momento di vendicare una persona a lui cara ed ancor più quando capirà – molto tardi – chi è che veramente muove i fili.
Concludo questa mia disamina dicendo che tutto sommato “Sei pezzi da mille” mi è piaciuto. Meno di altre opere di James Ellroy ma pur sempre gradevole ed emozionante. Mi ha lasciato dei pensieri sui quali riflettere e dettagli storici sui quali andare a fare delle ricerche; e questo è segno che qualcosa è rimasto.
Pur avendo già il terzo capitolo della trilogia nei miei scaffali pronto da leggere, credo che aspetterò diversi mesi – e forse anche quando avrò più tempo per potermici dedicare – prima di avventurarmi in quella che sembra essere una nuova “faticaccia”.
L’autore
James Ellroy è soprannominato lo scrittore maledetto. Il perché si trova facilmente online oppure leggendo qualche altra mia opinione dei suoi libri:
- L.A. Confidential
- White Jazz
- Le strade dell’innocenza
- Perché la notte
- La collina dei suicidi
- Prega detective
- American Tabloid
Buon divertimento 🙂
Da leggere?
Sì. Ma SOLO ed unicamente a chi ama Ellroy, a chi ha già letto American Tabloid ed a chi ha tempo per buttarcisi a capofitto.
3 risposte a "James Ellroy – Sei pezzi da mille"